domenica 16 agosto 2009

(RN)

userò gli occhi del cuore per carpire i tuoi segreti,
per capire cosa pensi nei tuoi primi piani intensi,
nei tuoi piani americani, così veri e così italiani,
fatti un po' a cazzo di cane
sigla di Boris - Elio e le Storie Tese


sono stata a Cattolica, provincia di Rimini, riviera romagnola. la città delle rotonde. la città della piadina.
ma per me, la città degli alberghi e degli ombrelloni.

arrivi a Cattolica e dall'autostrada vedi il mare, il mare con degli ammassi lunghi di pietre troppo precisi per non essere artificiali: chiamansi frangionde, barriere create dalla mano umana per impedire che i flutti erodano la spiaggia.
perché la spiaggia, a Cattolica, non è una distesa di sabbia su cui adagiarsi e comodamente godersi la brezza marina, lo iodio, la vista dell'Adriatico. macché. la spiaggia a Cattolica è una portaombrelloni che non finisce più. ombrelloni e lettini allineati con rigore matematico, uno accanto all'altro in un'orgia di asciugamani e abbronzanti che lèvate.
la spiaggia a Cattolica non è una distesa di sabbia, è una distesa di corpi umani sudati e spalmati di crema solare che la brezza marina la vede solo in cartolina.
che l'Adriatico, dal comodo lettino sotto il comodo ombrellone, lo vede solo in cartolina. l'acqua di Cattolica è...
...
...è una punizione divina andare al mare a Cattolica dopo una settimana al mare in Sicilia. a Cattolica il fondo del mare non si vede. l'acqua è color giada, che, ricordo, è una pietra dura opaca. l'acqua di Cattolica è opaca, leggi torbida. e l'acqua del mare di Cattolica è delimitata dai fedeli suddetti frangionde, cosicché dalla battigia di Cattolica ai frangionde di Cattolica vi sia uno spazio adibito al bagnammàre di un venti-trenta metri. pieni, zeppi, di gente.
ed ecco lì il gruppo di aquagym, e uno, e due, e tre - vai! - e quattro, e cinque, e sei - su!- e sette, e ottoancorauno, e due, e tre, una massa scomposta di donne e uomini di mezza età che confidano speranzosi in dieci minuti quotidiani di movimenti sgraziati in un'acqua che non arriva nemmeno in vita per buttare giù i sette chili guadagnati al buffet di antipasti dell'albergo.
ma degli alberghi parleremo tra poco.
ora voltiamoci e oh! quanti oggetti di plastica colorata che si aggirano nell'acqua! che traffico di pedalò, in questo magnifico mare! e quanti gommoni, materassini gonfiabili, salvagenti! ma che bello farsi il bagno qui!
maddài, facciamoci una passeggiata in riva al mare. però ops, attenti bambini a non finirmi sotto ai piedi, e diamine, voi vecchi rincoglioniti, non mi venite proprio addosso e oddio, scusi, non volevo calpestare il castello di sabbia di sua figlia in pannolone, è solo che dovevo aggirare il capannino degli aquasports e l'animatore fuori di brocca che si esibiva in mosse di kung-fu con sottofondo di Madonna e Justin Timberlake! e scusi, signora, se le guardo il pancione...

apriamo un discorso a parte: le donne incinte a Cattolica.
chi ha detto che in Italia non si fanno più figli? se è davvero così, allora vuol dire che tutta la popolazione di donne in stato interessante d'Italia si era data appuntamento a Cattolica. donne incinte che parevano dover partorire da un momento all'altro proprio sulla spiaggia, e carrozzine, passeggini, bimbi sotto i 5 anni erano presenti in proporzioni mostruose rispetto a tutti noialtri poveri mortali.
che poi, santamariamadrediddìo, io se fossi incinta o se avessi un figlio piccolo non andrei mai in un posto come quello, che è Il Bordello fatto città.
ma valli a capire.

via, parliamo degli alberghi.
c'è da chiedersi cosa diventi una città come Cattolica al concludersi della stagione vacanziera. Cattolica presenta un'infinità di alberghi a 4 stelle fittizie - non c'è un 5 stelle in tutta Cattolica - a ridosso del mare, a ridosso del viale principale, a ridosso della piazza maggiore. decine e decine e probabilmente centinaia di alberghi mastodontici, con nomi altisonanti, facilities esposte in lingue che all'italiano-medio-che-va-a-Cattolica risultano esotiche - air conditioning, private parking, swimming pool, fitness center, indoor restaurant - apposta per stuzzicare il portafogli, insegne che a Las Vegas ci fanno una carezza.

ma Cattolica non è solo mare affascinante e divertimento senza fine. Cattolica è anche cultura.
Cattolica è anche un magnifico acquario - ingresso adulti 17 euro - la cui visita, anche con le migliori intenzioni ittofile, non può umanamente durare più di un'oretta e mezza. magnifiche vasche piene (?) di tonni, cernie e piranha non vi rapiranno per più di due minuti l'una, ma è chiaro, l'unica vera attrazione di quell'acquario sono gli squali. no, sul serio. una manciata di squali verso la fine del percorso vi daranno l'impressione di aver speso bene quei 17 euro...
...ma anche no.

mangiatevi una piadina allora! o una granita siciliana con vera frutta! o fatevi rimorchiare dal cameriere provola di turno - come, guarda caso, è successo a me - che non mancherà, appena avrà la fortuna di incontrarvi da sole, o da soli - non si sa mai - di domandarvi quanti anni avete, di dove siete e se siete fidanzate. o fidanzati.

a Cattolica, per la disperazione, ho letto quasi (nel senso che per finire l'ultimo mancavano una settantina di pagine) quattro libri in otto giorni.


forse la domanda sorge spontanea: a courgè, ma che ce facevi a Cattolica (RN)?
ma la risposta sorge altrettanto automatica: per guardare, criticare, riportare.

Cattolica: se la conosci la eviti.

mercoledì 12 agosto 2009

Trinacria

sono stata in Sicilia - una delle isole più grandi d'Europa, mica cazzi.

parlami d'amore Mariù,
tutta la mia vita sei tu
Parlami d'amore Mariù - Vittorio de Sica

sei giorni in Sicilia insegnano parecchio.
insegnano che sulla Salerno-Reggio Calabria c'è fila anche di notte, e che viaggiare di notte è tremendo, e che 11 ore di viaggio in macchina di notte ti uccidono.
che il traghetto da Villa San Giovanni a Messina, all'alba, sembra un barcone di disperati. tutti buttati sul ponte, aggrappati alle ringhiere a guardare le coste sicule avvicinarsi sempre di più, come se fossero la Terra Promessa.
e quando arrivi in Sicilia all'alba dopo più di dieci ore di viaggio, ti possono capitare allucinazioni come automobili che sulla Messina-Catania vanno in retromarcia.

se i tuoi giorni siculi cominciano a Taormina, capisci subito che le partenze in salita che ti hanno insegnato alla scuola guida, e che magari hai tralasciato per anni & anni, saranno la tua unica forma di sopravvivenza.
a Taormina impari che nemmeno i cannoli sono a buon mercato. che se vuoi comprare souvenirs o goderti i saldi estivi, lì non è aria. fare due passi a Taormina insegna che solo i facoltosi turisti sassoni - che sono poi la miniera d'oro di quella cittadina - possono permettersi lo shopping.
insomma, l'unica cosa che puoi permetterti a Taormina, se sei una persona normale, è il biglietto d'ingresso al teatro greco. e ne vale decisamente la pena.
dopo aver raggiunto questa consapevolezza dell'inaccessibilità della mercanzia taorminese, ti dirigi a Giardini Naxos, che è ai piedi di Taormina, che ha il mare, i locali, e tutto ciò che a Taormina pagheresti il triplo. a Giardini Naxos, se sei donna, ti rendi conto che il luogo comune del siciliano marpione non è un luogo comune: perché sarà che io sono un gran tocco di gnocca, ma mi è bastato mostrarmi in costume per venire attorniata da maschi in calore di ogni forma e colore. il che non è mica male.
di sera, tra Taormina e Giardini Naxos, impari che il mezzo di locomozione più consigliato è la moto, lo scooter, il motorino, insomma qualsiasi oggetto a due ruote, ed è molto più consigliato che a Roma. impari che se di sera vuoi andare a ballare, con un oggetto semovente a due ruote vai in qualsiasi posto, il problema è poi entrarci, in quel posto. perché pare, parola di siculi d.o.c., che i locali tra Taormina e Giardini Naxos funzionino un po' come gli va, e facciano entrare un po' chi gli va, quando gli va, perché gli va. e capita di rimanere a bocca asciutta e dirigersi, in moto, motorino, scooter, monopattino, verso altri lidi - perché infatti è nei lidi che si balla, tra Taormina e Giardini Naxos.

e magari una sera decidi di salire ancora più su e vai a Castelmola, praticamente un presepe a grandezza naturale, che a dispetto di questa sua atmosfera spirituale accoglie il bar più fallico del mondo: il bar Turrisi. andateci e non ve ne pentirete.

quando ti trovi nell'isola triangolare più grande d'Italia, ti può venir voglia di visitare qualche città. e allora vai a Siracusa.
a Siracusa c'è un sito archeologico, c'è il teatro greco dove fanno sempre spettacoli, e c'è l'orecchio di Dionisio. e poi c'è il centro storico, Ortigia.
a Ortigia capisci che anche una pedana di legno può assumere le fattezze di una spiaggia - anzi, di un solarium - e che non importa quanto l'acqua del mare sia piena di alghe, muschi, oggetti galleggianti, per un tuffo ci sta bene tutto. quando passeggi per Ortigia, dopo esserti fatto il bagno in questa specie di piscina marina molto fèscion ma-anche-no, può capitarti di vedere una coppia di sposi prendersi l'aperitivo nel bar dove hai pranzato. oppure di incrociare, così, una pianta di papiro in mezzo a una piazza. o anche innamorarti di ogni vicolo che vedi. oppure, dandoti allo struscio nel viale dei negozi, aprire ancora di più gli occhi sull'esosità di Taormina, quando nello stesso identico negozio trovi prezzi molto più bassi. fico eh?

ma in Sicilia anche i piccoli centri hanno un loro perché. e allora un giorno decidi di andare a Tindari, dove sorge il famoso Santuario di Tindari. scegli di andare a Tindari l'unico di quei sei giorni in cui piove, e mentre viaggi sulla Messina-Palermo preghiddìo perché quelle gocce smettano di cadere prima che parcheggi vicino alla spiaggia.
Tindari è ubicata su una specie di rupe che dà su Oliveri, un luogo di mare. e allora vai a farti il bagno a Oliveri, ma prima ti scofani un piatto di pasta col pesce in un ristorantino e già che ci sei dai lezioni di galateo a tavola all'unico uomo della tua compagnia. poi ti dirigi in spiaggia, ed ecco che magicamente le nubi ricompaiono. e l'acqua limpida diventa limacciosa, e il vento si fa più forte, e la spiaggia ti sembra sempre più lontana, e cammini cammini cammini finché non butti a terra il tuo asciugamano e ti ci addormenti sopra.
e poi vai a Tindari, col suo santuario bruttariello, le sue casette deserte, il suo sito archeologico e il suo pony in piazza, che bardato come un giullare ti guarda dal basso della sua chioma alla Lady Gaga in cerca di affetto e di un'offerta per farti una foto con lui, anzi con lei, ché era una pony: una pony in pompa magna, nella piazza principale di Tindari.

sul finire dei tuoi sei giorni siculi impari anche che la Sicilia non è quella landa desolata, quella specie di far west, quel polverone di spari mafiosi che potresti immaginarti. non è un susseguirsi di palazzi-scheletro come lo è la Calabria. no. quando ti appresti a prendere il tuo aereo Alitalia a prezzo stracciatissimo per tornare nell'Urbe, ti accorgi che l'aeroporto da cui stai partendo, quello di Catania Fontanarossa, è molto, molto più fèscion di quello in cui atterrerai, Roma Fiumicino. e che all'interno dell'aeroporto, nella zona duty free, quella in cui teoricamente tutto, senza tasse, dovrebbe essere meno caro, i prezzi sono nettamente più alti che a Taormina.
si salvano solo i cannoli.

sei giorni in Sicilia insegnano che i pistacchi vanno dappertutto.
che le teste di ceramica di Caltagirone sono dappertutto.
che con un motorino arrivi dappertutto.
che gli arancini e i loro fritti compari, li trovi dappertutto.
che la colazione si fa con granita e brioche.
che a Taormina potrebbero farti pagare l'aria che respiri.
che un pupo può costare anche 1300 euro.
che l'autostrada non costa nulla.
che Radio Maria è l'unica radio che si sente benissimo.
che se non sai nuotare sei fottuto.

che sei giorni non ti bastano, e se l'Easyjet ti fa un favore magari l'anno prossimo ci torni.

domenica 26 luglio 2009

AR

come levare via il profumo al fiore?
come togliere al vento l'armonia?
come negar che ti amo, vita mia?
come togliermi in petto questa passion?
Pena de l'alma - Vinicio Capossela


sono stata ad Arezzo, Arezzo luce degli occhi miei.

mi piace viaggiare, mi piace viaggiare in treno. e i miei treni preferiti, o meglio i treni che il mio portafogli di gran lunga predilige sono i regionali. sono quasi tre anni che percorro con una certa regolarità la tratta Roma-Arezzo, e il 90% delle volte a bordo di un regionale.
stavolta il mio regionale di andata era uno di quelli più fichi, con le poltrone celesti e anche gli scompartimenti da sei. per motivi a me ancora oscuri, sabato all'ora di pranzo un sacco di gente ha deciso di viaggiare in direzione Firenze SMN, e io ho preso posto nel primo scompartimento libero (perché sono asociale, ebbene sì). primo compagno di viaggio: un vecchio chiatto e con camicia gialla che ha esordito salutando a gran voce, e io in tutta risposta ho tirato fuori dal mio zaino in fretta e furia il libro che avevo pianificato di leggere tra l'andata e il ritorno, Saltatempo di Stefano Benni, e mi sono tuffata nella lettura.
per inciso: quel libro fa cagare. fa veramente cagare. e ho la vaga impressione che tutti i libri di Stefano Benni seguano quell'andazzo, e veramente non capisco come la gente faccia ad amarlo e soprattutto com'è possibile che me l'abbiano consigliato perché DIO, FA VERAMENTE CAGARE, al punto che dopo più di un'ora ho schiaffato un segnalibro alla pagina 36 e l'ho lasciato perdere.
poco dopo hanno fatto il loro ingresso un ragazzo e una ragazza. biondi e con gli occhi azzurri, con trolley e confezioni di pasta-da-turisti, quella tutta colorata e di forme astruse che io non mangerei nemmeno sotto tortura. la coppia bionda ha cominciato a parlare, e parola incomprensibile dopo parola ho capito che quei due venivano nientepopòdimenoché dalla mia prossima casa, l'Olanda. avrei voluto tanto attaccare bottone e chiedere loro informazioni e dritte su quella terra, ma non ce l'ho fatta. intanto perché avevo paura che il vecchio di cui sopra cogliesse l'occasione per intavolare discorsi infiniti (cosa che ha provato a fare parlando di un argomento interessantissimo cioè i finestrini del treno e i pericoli connessi al tenerli aperti sotto le gallerie), e poi perché sono timida.
il momento più esilarante è stato quindi quello in cui l'olandesina di fronte a me si è accorta che la mia agenda, su cui ho cominciato a scrivere impegni a dir poco futili solo per uccidere il tempo, è olandese. magnifico souvenir dell'HEMA di Amsterdam grazie a cui ho imparato come si dicono i giorni e i mesi in olandese, ma, dati i suoi occhi sgranati, probabilmente la tipa ha pensato che fossi olandese anche io, e che avessi ascoltato per tutto il viaggio le loro conversazioni senza parteciparvi attivamente - magari hanno passato due ore a infamarmi, chi lo sa.

arrivata a destinazione ho riabbracciato finalmente, dopo un anno e tre mesi, la mia Anima Gemella. che non è proprio la persona a cui sono stata promessa in matrimonio. la mia Anima Gemella non la vedevo da quando siamo andate insieme a Porto, e l'astinenza dal non vederci cominciava a farsi decisamente soffocante.

siamo andate al concerto di Vinicio Capossela, che è stato meraviglioso. non solo perché siamo entrate gratis. è stato un magnifico concerto sia musicalmente, sia scenograficamente parlando. il Vinicio con miriadi di cappelli diversi, costumi maschere attori strumenti oggetti luci, atmosfera pura di legno vecchio e cognac, magnifico e basta. l'unica nota dolente o meglio esilarante è stata una (oddio, in effetti è azzardato definirla) fan che, a detta sua, aveva inchiodato per strada in campagna per raccogliere un fiore con uno stelo lungo un metro e mezzo - il pajaro, diceva lei - molto simile a un piumino per la polvere, apposta per donarlo a Vinicio. una fan che ha passato decine di minuti a provare a convincere il pubblico tutto a dire un pajaro da parte di tutti!, cristosanto una pazza in piena regola che il pubblico circostante, me compresa, ha provveduto ad infamare appena si è levata dagli zebedei.

Vinicio Capossela l'ho poi rivisto a dieci centimetri di distanza nella stazione ferroviaria di Arezzo, vestito con una magliettazza blu molto Fruit of the Loom, mentre aspettavo il treno per Roma.

e prima di andare in stazione, comprare il mio biglietto, incrociare Vinicio Capossela e ripartire controvoglia verso la capitale, sono passata in libreria e ho comprato un libro da leggere in treno, Ragazze che dovresti conoscere, perché a me piace leggere in treno, e Benni, a meno di improvvisi scatti di follia e pazienza, è stato definitivamente pisciato. e ancora non mi capacito di come io abbia potuto spendere 6 euro per comprarmi quella cagata.
anche se forse è più preoccupante il fatto che tutti i libri che ho letto nell'ultimo anno - tranne l'autobiografia di Muhammad Yunus che è quanto di più innocente ci sia al mondo - abbiano il sesso come ingrediente principale.


Arezzo val bene un Intercity, comunque. e lo dico lasciando da parte il fatto che lì ci è nata e ci vive una delle persone più importanti della mia vita intièra, che ogni volta che la vedo mi ricorda chi sono io e cosa vuol dire per me stare bene e quanti pezzi della vera me mi sono lasciata per strada.


andate ad Arezzo, andate a mangiare un gelato alla gelateria Violetta in viale Michelangelo Buonarroti 11.
non ve l'avevo mai detto che su questo blog si può fare anche pubblicità?...

venerdì 24 luglio 2009

ma chi ha detto che non

che io mi senta nettamente superiore ai miei simili, penso sia ormai più che chiaro.
c'è anche da dire, però, che la specie umana tutta non fa nulla, dico nulla, per ridimensionare il mio ego.

esempio numero uno: le code in autostrada.
carreggiata esterna Grande Raccordo Anulare, all'altezza dell'uscita 21.
sole, caldo, afa. coda.
la situazione è bloccata, le automobili avanzano in prima - freno e frizione - prima - seconda - freno e frizione - prima sotto il solleone cattivo della periferia romana. alla nostra destra lo scatolone blu dell'IKEA ci saluta dall'alto delle sue sedie immortali e della sua temperatura interna tipicamente scandinava, iddìo grazie per averci dato l'aria condizionata. che allieta gli occupanti delle vetture più fèscion a finestrini chiusi, vetri fumé e lenti scure, mentre chi ha il culo sulle più scalcagnate come la mia dolce Frida approfitta di ogni spiraglio per creare al loro interno una corrente di Scirocco che lèvate. fermi così per cinque, dieci minuti. non per niente, eh, ma mi sto rifacendo la doccia nel mio sudore e i miei polmoni si stanno riempiendo di schifezze che nemmeno se fumassi da vent'anni.
chissà.
cento metri più avanti, nella corsia più a sinistra due macchine sono ferme e con le quattro frecce. si sono prese. e la moltitudine di patentati coglioni le scruta attentamente mentre frena passando loro accanto, cercando chissà quale fremito assistendo a cotale appassionante spettacolo.
dopo quell'incidente - nemmeno troppo grave in fondo - via libera come non mai.
insomma si avanza pian pianino, e chissà cos'è successo per aver creato sto bordello proprio a poche centinaia di metri dalla mia uscita, mannaggiallòro aò, chissà che ingorgo per imboccare la Roma-Napoli, chissà.


esempio numero due: i numeretti all'ufficio postale.
ufficio postale vicino casa mia, interno giorno.
secondo il numeretto che ho preso e il tabellone luminoso, circa 30 persone in fila davanti a me.
non che io voglia sparare sulla croce rossa lamentandomi dell'inefficienza delle poste e del fatto che gli sportelli di un ufficio postale non sono mai tutti aperti per motivi che ancora sfuggono all'intelletto umano. no, o almeno non in questa sede.
siamo in fila io e questa venti-trentina di persone, mi siedo accanto alla macchina sputanumeretti e guardando a terra noto che la base del suddetto aggeggio è ricoperta di bigliettini come quello che ho in mano, numeretti per una fila corretta e civile. gente che si sarà stancata di aspettare e nella rabbia avrà gettato a terra il proprio numero, penso.
e invece no.
arriva un uomo. preme il pulsante per prendere il numero. la macchina non risponde immediatamente - ellapèppa mica è Flash Gordon - perciò l'uomo preme nuovamente il pulsante. la macchina quindi sputa un foglietto. l'uomo lo prende soddisfatto e se ne va. tre secondi dopo, un nuovo numeretto esce gaudente dalla macchina, e sentendosi solo e abbandonato fluttua, triste, a terra.
arriva un trio niente male. mamma cafunazza, figlia più grande buzzicona e figlia più piccola allampanata e con una treccia in fronte. premono il pulsante una volta. due. tre. esce il primo numero, lo pigliano. esce il secondo, lo prende una signora che passava di lì. esce il terzo. e stavolta, di nuovo, fluttua malinconico fino a toccare il suolo.
e ancora.
e ancora.
e ancora. il pavimento pieno di foglietti.
comunque, io siedo, aspetto, quando vedo qualcuno che se la prende con la macchinetta e comincia a premere forsennatamente lo blocco, i numeri scorrono, mancano una decina di persone al mio turno.
una decina? i numeri scorrono ma nessuno si presenta. guardo a terra. in mezzo minuto di numeri mancati arriva il mio turno.
cos'è l'inefficienza delle poste in confronto all'impazienza e all'ottusità dei suoi utenti?

giovedì 16 luglio 2009

aguas de jul

esami finiti.
ho capito che per me i voti alti sono un fattore igienico, non motivante - grazie Herzberg per averci fornito una cotale classificazione, ti ameremo in saecula saeculorum amen.

il giorno prima dell'orale del mio ultimo esame, that is to say lunedì scorso, mi è venuto il mal di gola.
martedì mattina, c'est-à-dire il giorno dell'orale del mio ultimo esame, mi sono svegliata con un braciere che floridamente fiammeggiava in fondo alla mia gola - che non è poi così profonda.
ieri non avevo più la mia voce dolce e mellifluosamente calda.
oggi nemmeno. oggi sembro una via di mezzo tra una trans e una vecchia fumatrice accanita, ed è conclamato che io non sia nessuna delle due. oggi sono andata al mare e ho incontrato, come al solito, mezza Roma sud - e un mio vecchio amico mi ha fatto notare come sia assurdo perdere chilometri e benzina per ritrovare poi sempre, le stesse, facce.
ma non fa niente.

ho capito che se voglio uccidere Maurizio Belpietro e farla franca devo prima entrare nell'arma.
ma non sono così convinta che la divisa mi doni.

ieri e oggi avrei voluto tanto essere a Napoli. in realtà, erano mesi che contavo di andarci. ma il destino, e le mie strampalate* conoscenze napoletane, me l'hanno impedito. dommage.

ho capito che a volte fuggire non è sempre la migliore soluzione.
...ma in amore vince chi fugge.


e io, alle 22.34 del 16 luglio 2009, ho una temperatura corporea di 37 gradi Celsius. JUPPI!


* Belly je t'aime.

domenica 12 luglio 2009

¡oígame compay! no deje el camino por coger la vereda

ieri sera, Orquesta Buena Vista Social Club all'auditorium parco della musica.
se scrive Orquesta, non OrquestRa.

lo so lo so lo so che le foto durante i concerti non si fanno.
ma infatti mica l'ho scattata io questa foto, ah no ma si figurino eh.

posso dire che è stato un concerto splendido, forse il più bello e coinvolgente a cui sia mai stata dopo quello dei Radiohead? LO DICO! è stato un concerto semplicemente meraviglioso, inzuppato di Cuba dall'inizio alla fine, con un pubblico il cui fomento è cresciuto minuto dopo minuto fino al secondo bis, quando la cavea dell'auditorium parco della musica si è trasformata in un'onda scomposta di improvvisati, esaltatissimi salseri.

e ora perdonatemi, ma torno ai miei esami.

lunedì 22 giugno 2009

CRACK!ON - 2


come ogni anno il Crack! arriva, come ogni anno il Crack! se ne va.
il tramonto della domenica arriva puntualmente feroce a spogliare le pareti umide dei sotterranei del forte e a portare via tutta la frenesia, i colori, le amenità e la folla di quattro giorni di fumetti dirompenti.
e dato che quest'anno le mie opere sono state portate in salvo dall'umidità a chiusura del festival e non oltre, dato che quest'anno eravamo tantissimi, dato che quest'anno ho passato quattro giorni a non avere il coraggio di chiedere a Popcube se le faccette di cartone che erano attaccate alla sua parete fossero in vendita, dato che quest'anno ero in cella con Zerocalcare, dato che anche quest'anno non ho comprato un pupazzetto Zabratta, dato che quest'anno qualche amico in più è venuto a farmi visita, dato che quest'anno era forse (spero di no) il mio ultimo anno, mi sento molto più emo dell'anno scorso e mi sembra logico fare un po' di ringraziamenti abbastanza superflui.
tipo a tutte quelle persone che passando dalla cella 18 dalla parte non della cattedrale, oltre a leggere tutte le tavole del mio suddetto compagno di cella, hanno guardato anche i miei quadri e non hanno detto ammazza che cagate, o a quell'ottantina di persone più o meno che hanno preso i miei foglietti e magari sono passate da questo blog, o a tutte quelle persone che, ne sono ARCIsicura, mi contatteranno presto per acquistare un mio quadro per abbellire il loro salone.
dank u wel.


e ora si riprende a studiare, as usual.